Sciopero degli scalpellini in Ticino

Un membro di Eiszeit ha avuto modo a metà giugno di visitare gli scalpellini in sciopero in Ticino e di fissare le proprie considerazioni nel testo seguente.

Sciopero di un giorno in tre tappe

Lunedì 16 giugno 2014 si è svolto in Ticino uno sciopero. In esso implicati sono stati i circa 300 scalpellini delle cave di granito concentrate nelle valli Riviera (sopra Bellinzona) e Maggia (nei pressi di Locarno). Lo sciopero si è svolto per rivendicare il rinnovamento del contratto collettivo di lavoro nel settore coinvolto. Dall’inizio del 2012 l’Associazione degli Idustriali del Granito del Ticino (AIGT) si rifiuta di rinnovare il detto contratto. Il fatto che il contratto collettivo non sia ancora stato rinnovato implica fra l’altro che ai lavoratori potrebbe essere rifiutato il diritto al prepensionamento, un diritto conquistato nel 2002 con uno sciopero dell’intero settore edilizio (al quale appartengono anche gli scalpellini). I datori di lavoro dell’industria del granito assicurano che pensionano e pensioneranno i loro lavoratori comunque già all’età di 60 anni. In assenza del vincolo di un contratto collettivo i però, il prepensionamento dipende soltanto dalla decisione individuale e arbitraria del datore di lavoro.

In seguito si vuole fornire non tanto un resoconto dello sviluppo e dello svolgimento dello sciopero, quanto piuttosto un’analisi critica dei momenti salienti dello stesso. Conviene qui ricordare le tre tappe principali che hanno caratterizzato lo sciopero, durato peraltro solo un giorno:

  • Già al mattino presto, a partire dalle 6, molti sindacalisti si recano nelle cave per organizzare con i lavoratori dei picchetti di sciopero. Sebbene in fase di preparazione dello sciopero circa la metà dei lavoratori si era detta in favore dello stesso, la pressione esercitata in maniera massiccia dai datori di lavoro scoraggia il giorno dello sciopero molti lavoratori a prendere parte attivamente a esso.
  • Alle 11 ha luogo un’assemblea con i lavoratori partecipanti attivamente allo sciopero (circa 90 dei 300) e i sindacalisti. Viene tenuta una serie di discorsi e varata una petizione, con l’idea di consegnarla poi al governo cantonale. Contenuto della petizione: la richiesta allo stato di intervenire quale mediatore nel conflitto.
  • Alle 15, dopo il pasto comune, ci si reca a Bellinzona, la capitale del cantone, dove una delegazione di lavoratori e sindacalisti consegna la petizione al capo del governo.

In seguito si intende analizzare criticamente queste tre tappe.

Lavoro e capitale

Ciò che caratterizza gli eventi della prima fase dello sciopero è la nudità del rapporto fra lavoratori e capitale (ossia capitalisti). La dimensione limitata delle aziende – i 300 lavoratori sono ripartiti in circa 30 cave – e la composizione sociodemografica del personale fa venire alla luce meccanismi che in aziende più grandi vengono spesso nascosti dalle regolamentazioni cui tali aziende devono sottoporsi. Fra i lavoratori e il proprietario della cava di volta in volta implicata non si trova alcun funzionario o istanza mediatrice in grado di “coprire” la nudità del rapporto. Il capitalista appare immediatamente quale moderno schiavista. Tale denominazione non è per nulla casuale. È vero che il moderno lavoratore salariato, secondo la celebre definizione di Karl Marx, è “doppiamente libero”: libero innanzitutto, a differenza appunto dello schiavo, di vendere la propria forza-lavoro a chicchessia. Il fatto però che egli sia anche “libero” da qualsiasi proprietà di mezzi di produzione, ciò pone alla sua libertà chiari limiti. Infatti il lavoratore deve vendere la propria forza-lavoro a qualcuno, e ciò fornisce ai capitalisti un mezzo per poter esercitare pressione sul proprio personale.

Tale pressione può assumere fondamentalmente due forme: ovvero preventiva, quando i capitalisti fanno tutto il possibile per impedire ai lavoratori di iniziare una lotta; o repressiva, quando si tenta di vanificare lotte in corso. Entrambi i metodi hanno trovato un’applicazione nello sciopero ticinese: in fase di preparazione dello sciopero attraverso minacce di diverso genere (lettere al personale, colloqui personali), nel corso dello sciopero poi attraverso l’intervento diretto di diverse forze dell’ordine, finanche della polizia (in una cava ad esempio due poliziotti hanno comunicato per telefono le istruzioni del proprietario della cava al personale della stessa, come se tali poliziotti fossero i segretari personali del detto capitalista). Anche nei giorni successivi allo sciopero sono state adottate misure simili: allo sciopero dei lavoratori viene risposto da parte di alcuni datori di lavoro con un loro blocco, nella fattispecie di una chiusura di due giorni della loro cava.

Il carattere turbolento dello sciopero è da ricondurre, oltre che alla dimensione limitata delle aziende, alla composizione del personale nelle diverse aziende: da una parte la forte presenza di lavoratori di origine migrante, soprattutto portoghesi, dall’altra alcuni svizzeri, i quali in alcuni casi sono legati al loro datore di lavoro da rapporti di amicizia o addirittura apparentati con lo stesso. Tutto ciò permette ai capitalisti di scindere il loro personale: attraverso salari differenziati o addirittura permettendo ad alcuni lavoratori di partecipare ai profitti realizzati.

Lotta di classe fra organizzazione ed emancipazione dal basso

Il livello di conflitto fra lavoratori e capitale appena descritto rappresenta la fase più elementare nella lotta di classe, una fase che si situa ancora al livello dell’azienda individuale. L’assemblea tenuta a fine mattinata in uno spazioso ristorante sul piano di Magadino può servire ad illustrare una seconda fase della lotta di classe. I sindacati rappresentano la classica forma di organizzazione in cui gli operai possono dar forma alle loro rivendicazioni economiche immediate e superare il livello dell’azienda individuale, in modo da unificarsi quale classe. In tutto ciò consiste anche la contraddizione fondamentale dei sindacati: da una parte essi sono la prima e più immediata forma di organizzazione della lotta di classe, dall’altra (e proprio in ragione di tale immediatezza) risulta ad essi impossibile superare l’immanenza del capitalismo. In tal modo essi si trasformano in canali dell’integrazione della classe operaia nell’amministrazione dello stato capitalista.

Dicendo ciò non si vuole in alcun modo mettere in discussione la franchezza e generosità nella lotta dei molti sindacalisti di base, come ciò è dimostrato ancora una volta dallo sciopero ticinese: senza l’aizzamento di quei sindacalisti che fin dalle prime ore del mattino innalzarono le loro voci nelle cave la partecipazione allo sciopero sarebbe rimasta probabilmente molto minore. D’altra parte è proprio lo svolgimento dell’assemblea mattutina a mostrare come il livello della lotta di base venga velocemente abbandonato per raggiungere le zone superiori della “politica pura”. Significativo è soprattutto il fatto che i discorsi tenuti immediatamente prima del pranzo di fronte ai lavoratori riuniti in assemblea siano stati tenuti tutti esclusivamente da funzionari sindacali. Dei quasi cento operai presenti nessuno ha avuto modo di esprimersi. Anche la petizione venne semplicemente letta e messa ai voti, senza che ne venisse discusso il contenuto. Ciò mostra ancora una volta come i sindacati (in tal caso la UNIA e l’OCST, un’organizzazione cristiano-sociale) offrano una cornice organizzativa e ideologica (socialdemocratica o cristiana), attraverso cui poi avviene l’integrazione dei lavoratori nello stato capitalista.

“Stato del capitale” e riproduzione della società (capitalistica)

La terza tappa dello sciopero di un giorno può essere utilizzata per illustrare un’ulteriore fase nel processo di esplicazione politica della lotta di classe. La consegna della petizione al capo del governo di fronte al palazzo governativo a Bellinzona simboleggia il passaggio dal conflitto economico immediato al livello politico, laddove tali conflitti, secondo un’opinione diffusa, dovrebbero trovare una soluzione neutrale e imparziale. Che le cose non stiano proprio così viene spiegato nelle righe seguenti. Non solo va sottolineato il carattere di classe di ogni stato, quanto anche la funzione effettivamente mediatrice che ogni stato, in quanto garante della riproduzione della totalità del rapporto capitalistico, deve assolvere. Lo “stato del capitale” (Johannes Agnoli), nella sua funzione di capitalista collettivo, deve talvolta imporsi anche contro singoli capitalisti, qualora gli interessi di determinate frazioni del capitale diventano disfunzionali (ciò che, nel peggiore dei casi, può condurre a che la riproduzione dell’intero rapporto capitalistico venga messa in pericolo). Con ciò non viene affermata alcuna autonomia della sfera politica rispetto a quella economica. Si tenta piuttosto di mostrare come la sfera economica trovi una sua propria mediazione politica.

In tale mediazione consiste anche la contraddizione fondamentale di ogni stato capitalistico: da una parte garante della riproduzione di tutta una compagine sociale, di una totalità, dall’altra però garante della riproduzione di una società ben specifica, nella fattispecie di quella capitalista, e in tal modo garante di una specifica forma di sfruttamento e di dominazione. Tale contraddizione si manifesta anche nel caso dello sciopero ticinese: lo stesso stato, al quale ci si appella a metà del pomeriggio in maniera del tutto democratica con la consegna di una petizione affinché esso intervenga quale mediatore fra lavoratori e capitale, tale stesso stato si era impiegato qualche ora prima attraverso le sue forze di polizia a fungere da segretario privato di un capitalista privato in una piccola cava della valle Maggia.